Dal peschereccio alla tavola: gli elementi chiave per prevenire l’intossicazione da istamina

pesciUna ricerca condotta sui dati derivati da otto anni di controlli alimentari fotografa la situazione della sindrome sgombroide, un’intossicazione alimentare fortemente legata alla qualità del pesce e alla sua conservazione

Prurito su tutto il corpo, mal di testa, nausea, vomito e crampi addominali. Sintomi che, se compaiono dopo aver mangiato pesce, devono far sospettare la cosiddetta “sindrome sgombroide”, una intossicazione alimentare legata alla presenza di istamina nel cibo. Una ricerca dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo, esaminando i dati raccolti in otto anni di controlli istituzionali eseguiti nella regione Abruzzo, evidenzia l’importanza delle corrette procedure di lavorazione e conservazione del pesce, dalla rete del peschereccio al punto vendita. Ma non solo: si può fare molto anche a casa.

Presente naturalmente nel nostro organismo, l’istamina svolge un ruolo importante nella mediazione dei processi immunitari e infiammatori. In alcuni casi, come sanno bene le persone che soffrono di allergia, può contribuire alla comparsa di reazioni come asma, orticaria o rinite, anche in forma grave. Ma questa molecola può essere presente anche in alcuni alimenti e, se la dose ingerita risulta eccessiva, è capace di provocare una sintomatologia molto simile a quella di una forte reazione allergica.

Anche se diversi cibi sottoposti a fermentazione microbica (come i formaggi fermentati, il vino o la birra) possono contenere istamina, i casi di intossicazione sono soprattutto legati al consumo di pesce. I pesci vivi non contengono questa sostanza ma, una volta pescati, alcune specie batteriche iniziano subito a degradare l’aminoacido istidina, di cui sono ricchi soprattutto tonno, sgombro, sarde, sardine e acciughe. Il risultato è la formazione di istamina, della quale, se la conservazione non è corretta, possono formarsi quantità notevoli, fino a rappresentare un pericolo per la salute.

“La nostra ricerca – dice la dottoressa Loredana Annunziata, dirigente chimico presso il reparto di Bromatologia e Residui dell’IZSAM, prima autrice del lavoro scientifico pubblicato sulla rivista Food Control – ha preso in esame campioni raccolti nella regione Abruzzo dal 2013 al 2020. I campioni provenivano sia da normali controlli istituzionali condotti dalle ASL sul pesce in vendita, sia a seguito di segnalazioni dei cittadini, in alcuni casi per vere e proprie intossicazioni. Naturalmente, una volta individuati contenuti di istamina superiori ai limiti stabiliti dalla normativa europea, sono state rapidamente avviate tutte le procedure di controllo e tracciamento”.

Attività fondamentali, che rappresentano anche un aiuto importante per i produttori e per la catena di distribuzione e vendita. Infatti la qualità delle materie prime, il mantenimento della catena del freddo e il rispetto delle buone pratiche igieniche durante i processi di trasformazione sono fattori determinanti per il controllo della formazione di istamina. Senza dimenticare il ruolo che riveste l’attenzione dei consumatori, come sottolinea Annunziata: “La forte strategia di verifiche sui prodotti è uno strumento di prevenzione in cui l’Italia è tra i primi Paesi d’Europa. Oltre ai controlli istituzionali, questo rende possibile supportare le aziende nell’implementare procedure di sicurezza sempre aggiornate e rispondenti alle necessità. Allo stesso tempo la nostra ricerca evidenzia che anche il consumatore può fare molto per evitare che il pesce, una volta acquistato, possa andare incontro alla formazione di istamina. Le chiavi sono due: il tempo e il freddo. Nel caso del pesce congelato dobbiamo sottolineare che il processo di degradazione dell’istidina in istamina può riattivarsi molto rapidamente. Per questo motivo andrebbe scongelato immergendolo in acqua fredda, e non lasciandolo a temperatura ambiente. Non dimentichiamo poi che l’istamina è una molecola termostabile: una volta che si è formata non verrà distrutta dalla cottura”.

 Fonte: IZS Teramo



Primo monitoraggio nazionale sul lupo in Italia, i risultati

Sono stati pubblicati i risultati del primo monitoraggio nazionale sul lupo in Italia, coordinato dall’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale ISPRA, su mandato del Ministero della Transizione Ecologica MiTE per comprendere quanti e dove sono i lupi in Italia

Il lavoro è stato svolto tra il 2018 e il 2022, con una raccolta dati realizzata tra Ottobre 2020 – Aprile 2021 che ha permesso di stimare l’abbondanza (intesa come numero di individui, N) e la distribuzione (area minima occupata nella regione alpina e la area stimata nella zona peninsulare) della specie.

Le stime dell’abbondanza della specie per le regioni alpine e per le regioni dell’Italia peninsulare sono state prodotte in maniera indipendente con i medesimi modelli statistici. I due valori risultanti e i rispettivi intervalli sono stati integrati, ottenendo una stima della consistenza complessiva a livello nazionale.

La stima della popolazione del lupo a scala nazionale è risultata pertanto pari a 3.307 individui (forchetta 2.945 – 3.608).

La stima della distribuzione del lupo in Italia viene fornita in due mappe distinte ottenute da una base metodologica comune. Nelle regioni alpine sono state campionate il 100% delle celle di presunta presenza della specie ottenendo una mappa di distribuzione minima. Nelle regioni peninsulari, tenuto conto della maggiore estensione dell’areale di presunta presenza della specie, sono state selezionate per la raccolta dei dati il 35% delle celle identificate idonee. Per estrapolare i risultati verso il restante 65% di celle, si sono utilizzati modelli statistici ottenendo una mappa di probabilità di presenza.

Sulla base dei dati raccolti, il range minimo di presenza del lupo nelle regioni alpine nel 2020-2021, considerando l’anno biologico della specie (1° maggio 2020 – 30 aprile 2021), è stato stimato di 41.600 km2. Nelle regioni peninsulari, l’estensione complessiva della distribuzione è risultata pari a 108.534 km2 (forchetta = 103.200 – 114.000 km2). Il lupo occupa quindi una larga parte del paese e nelle regioni peninsulari ha colonizzato la quasi totalità degli ambienti idonei.

Dalle analisi genetiche condotte sui campioni raccolti nell’area peninsulare sono stati identificati geneticamente 513 individui di lupo. Il 72,7 % non ha mostrato ai marcatori molecolari analizzati alcun segno genetico di ibridazione recente o antica con il cane domestico, l’11,7 % mostrava segni di ibridazione recente con il cane domestico, il 15,6 % hanno mostrato segni di più antica ibridazione (re-incrocio con il cane domestico avvenuto oltre approssimativamente tre generazioni nel passato). Occorre sottolineare che i valori dei tassi di ibridazione antica o recente ottenuti da questa indagine e dalle analisi molecolari non rappresentano una stima formale del fenomeno, né a livello nazionale né locale, e che sarebbero necessarie ulteriori indagini per poter valutare il tasso di ibridazione della popolazione italiana di lupi.

I risultati ottenuti dal monitoraggio rappresentano una base di conoscenza per indirizzare le scelte gestionali e permettere di valutare il raggiungimento degli obiettivi di conservazione, assicurando il mantenimento, a livello nazionale, di uno status di conservazione favorevole della specie e al contempo mitigando i conflitti che il lupo causa. L’adozione di protocolli standardizzati a scala nazionale sotto il coordinamento dell’ISPRA ha permesso di superare la disomogeneità delle strategie di monitoraggio effettuate a scala locale negli anni passati, dovuta alla frammentazione amministrativa e all’assenza di un coordinamento tra enti e istituti locali, disomogeneità ritenuta una delle principali minacce per la conservazione della specie.

Risultati di sintesi del monitoraggio

Relazioni ufficiali:

 




L’EFSA valuta ex novo la sicurezza dell’etossichina, un additivo per mangimi

L’EFSA ha valutato nuovamente l’additivo per mangimi etossichina senza poter giungere a conclusioni circa la sua sicurezza per alcuni gruppi di animali, per i consumatori e l’ambiente.

L’etossichina era autorizzata fino al 2017 nell’UE per le sue proprietà antiossidanti come additivo per mangimi destinati a tutte le specie e categorie animali. L’etossichina è usata anche per prevenire la combustione spontanea della farina di pesce durante il trasporto via mare.

La presenza della p-fenetidina, un’impurità che resta nell’additivo dopo il processo produttivo ed è un possibile agente mutageno (cioè può provocare mutazioni nel materiale genetico degli animali e dell’uomo), ha fatto sì che gli esperti del gruppo scientifico dell’EFSA sugli additivi e i prodotti o le sostanze usati nei mangimi non potessero escludere rischi per gli animali con lunga aspettativa di vita né per quelli destinati alla riproduzione. Al contrario l’additivo è considerato sicuro per gli animali allevati per la produzione di carne quali polli, maiali, bovini, conigli e pesci.

A causa della mancanza di dati sulla presenza di p-fenetidina nei tessuti e nei prodotti alimentari di origine animale, gli esperti non hanno potuto trarre conclusioni nemmeno per la salute dei consumatori.

Il gruppo di esperti ha tuttavia evidenziato la necessità di ridurre al minimo l’esposizione degli utenti tramite inalazione a causa della presenza di questa impurità nell’additivo.

Gli esperti non hanno potuto giungere a conclusioni circa la sicurezza dell’etossichina per gli ecosistemi terrestri e acquatici quando l’additivo viene usato negli animali terrestri. Non si può inoltre escludere un rischio di contaminazione tramite la catena alimentare acquatica né un rischio per gli organismi marini esposti ai sedimenti contenenti etossichina usata nelle gabbie per acquacoltura.

La Commissione europea e gli Stati membri, in qualità di gestori del rischio, terranno conto del parere dell’EFSA al momento di riesaminare la sospensiva dell’autorizzazione dell’additivo.

Antecedenti

Nel giugno 2017 la Commissione europea ha sospeso l’autorizzazione dell’etossichina come additivo nei mangimi per tutte le specie animali. La sospensione è seguita a un parere dell’EFSA pubblicato nel 2015, in cui gli esperti dichiaravano di non poter giungere a conclusioni circa la sicurezza dell’additivo a causa di una carenza generale di dati e della presenza di p-fenetidina.

Fonte: EFSA




Le origini delle facoltà di veterinaria

Momumento dedicato all’eradicazione della Peste bovina – Roma, Ministero della salute

Sono un veterinario che per quasi 20 anni ha insegnato patologia generale e fisiopatologia veterinaria all’Università di Teramo e, mantenendo fede all’identità culturale appannaggio della categoria professionale cui mi vanto e mi onoro di appartenere, mi preme sottolineare che la ragion storica all’origine delle Facoltà di Medicina Veterinaria nel Vecchio continente, nate dapprima in Francia e in Italia a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, si deve alla peste bovina.

Questa malattia, sostenuta da un virus imparentato con quello del morbillo e che illo tempore era causa di gravissime perdite fra le mandrie di mezza europa, è stata dichiarata ufficialmente eradicata a livello globale nel 2011, grazie alla campagna di vaccinazione effettuata sulla popolazione bovina.

Analoga sorte è toccata al vaiolo, anch’esso debellato su scala planetaria nel 1980 grazie alla vaccinazioni di massa della popolazione umana.

Ai giorni nostri il “nemico pubblico” da combattere si chiamaSars-Cov2, il betacoronavirus che ha sinora mietuto oltre 5 milioni di vittime nel mondo.

Gli efficaci vaccini di cu disponiamo a distanza di un solo anno dall’identificazione del virus rappresentano una formidalbile arma di contrasto alla diffusioone di Sars-Cov2 con particolare riferimento alle forme gravi e a esito letale di Covid-19.

Di contro, la mancata vaccinazione di fette di popolazione, oltre a mettere le ali al virus (come in diversi Paesi dell’Est Europa), si traduce di fatto in un accresciuto rischio di comparsa di nuove varianti, non di rado più contagiose e/o patogene  rispetto a quelle circolant, come chiaramente testimoniato dalla variante delta

Giovanni Di Guardo
Gia’ Professore di Patologia Generale e
Fisiopatologia Veterinaria
all’Universita’ di Teramo

Lettera pubblicata su Il Corriere della Sera del 22 novembre 2021




Webinar Antimicrobicoresistenza – L’approccio ONE HEALTH al tempo della pandemia da COVID-19

In occasione delle giornata europea degli antibiotici il Ministero della Salute, in collaborazione con l’IZS Lazio e Toscana, sede del Centro di Referenza Nazionale per l’Antibioticoresistenza, organizzano due giorni di lavori su l’Antimicrobicoresistenza, uno dei fenomeni sanitari più importanti a livello mondiale.

ll 18 e 19 novembre 2021 sarà illustrato lo stato del problema a livello umano, veterinario e ambientale e saranno focalizzate le modalità per un uso prudente degli antibiotici.

L’evento, gratuito, è rivolto tutte le figure professionali del mondo della sanità, per un numero massimo di 200;

Le Iscrizioni vanno fatte entro il 15 novembre tramite Portale della Formazione dell’IZS Lazio e Toscana – https://formazione.izslt.it

Programma preliminare




Grazie Piero

Caro Severgnini, care Lettrici e cari Lettori,

da docente universitario che per quasi 20 anni ha insegnato “Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria” presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Teramo, sento il dovere di rivolgere un pensiero, commosso e riconoscente al contempo, a Piero Angela, indiscusso gigante e antesignano della divulgazione scientifica nel nostro Paese, che ci ha lasciato all’età di 93 anni.

Tutti noi dovremmo tributare – come di fatto è avvenuto e sta tuttora accadendo – un plebiscitario e quanto mai meritato plauso a questo nostro grande connazionale, che della propria vita ha fatto una missione interamente dedicata a trasferire al grande pubblico non soltanto i risultati, ma anche e soprattutto il significato della Scienza ed il ruolo delle Donne e degli Uomini di Scienza nella società contemporanea.

Tanto più opportuna ed encomiabile appare altresì l’opera di “catechesi” infaticabilmente ed appassionatamente svolta da Piero Angela in tutti questi anni allorquando si pensi al basso livello di alfabetizzazione scientifica (e sanitaria) che caratterizza il tessuto sociale del nostro Paese.

Grazie Piero, grazie di cuore per quanto ci hai donato e che la Terra Ti sia lieve!

Giovanni Di Guardo

*pubblicato sulla rubrica Italians de Il Corrirere della sera



One Health, al via accordo Oie-Iss per rafforzare la ricerca sulla salute del mondo

L’Istituto Superiore di Sanità è sempre più impegnato nella tutela della salute pubblica secondo un approccio ‘One Health’, che coniuga cioè le esigenze dell’uomo ma anche del mondo animale e degli ecosistemi. A questo scopo è stato firmato a Parigi un ‘memorandum of understanding’ tra l’Iss e l’Oie, l’Organizzazione Mondiale della Sanità animale. Il memorandum, che integra quello già siglato nel 2018, durerà cinque anni, ed è stato firmato dalla direttrice generale dell’Oie Monique Eloit e dal presidente dell’Iss Silvio Brusaferro.

Grazie all’accordo, che si inserisce nelle attività promosse durante la presidenza italiana del G20, sarà rafforzata la collaborazione nei diversi ambiti di studio dell’Oie, dall’’epidemic intelligence’ sulle malattie, alle sfide legate alle nuove tipologie di allevamenti in espansione all’integrazione dei servizi ambientali e veterinari nei progetti One Health, anche al fine di ridurre il rischio di pandemie




CoViD-19, serve un approccio olistico!

In qualità di patologo veterinario nonché di professore universitario – attualmente in pensione – che ha dedicato 30 anni della propria vita professionale allo studio delle malattie infettive negli animali domestici e selvatici, posso tranquillamente affermare che SARS-CoV-2, il famigerato betacoronavirus responsabile della Covid-19, mi spaventa e mi affascina al contempo.

Questa duplice sensazione mi deriva dalla straordinaria “plasticità” di un virus che, pur avendo di fronte a se’ una platea di 8 miliardi di esseri umani potenzialmente in grado di sviluppare l’infezione (400 milioni e piu’ dei quali l’avrebbero effettivamente contratta!), si e’ rivelato capace di disegnare traiettorie che lo hanno portato ad infettare, in natura, una folta gamma di specie animali domestiche e selvatiche, tutte accomunate fra loro dal fatto che avrebbero acquisito il virus dall’uomo.

In un siffatto contesto, la suscettibilità di alcune specie a determinate varianti di SARS-CoV-2 circolanti nella popolazione umana – come segnalato nel gatto, nel cane e nei cervi a coda bianca per la variante “alfa” nonché, assai di recente, in numerosi criceti “d’affezione” a Hong Kong per la variante “delta” – o, peggio ancora, la documentata comparsa di certe varianti in grado di ri-trasmettersi all’uomo, come nel caso di quella denominata “cluster 5”, che oltre un anno fa e’ comparsa negli allevamenti di visoni olandesi e danesi, costituiscono fatti degni della massima attenzione.

La “One Health”, alias la salute unica di uomo, animali ed ambiente, rappresenta pertanto la chiave di volta, necessaria ed imprescindibile al contempo, per gestire al meglio questa così come tutte le pandemie che il genere umano si troverà ad affrontare in futuro.

Giovanni Di Guardo
Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo




La Vespa velutina, una piaga per api e apicoltori

vespa velutinaIl Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali ha approvato e finanzierà con 150.000 euro il progetto “L’avanguardia tecnologica difende le api da Vespa velutina”, presentato dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte Liguria e Valle d’Aosta (IZSPLV), che ha l’obiettivo di sperimentare in campo una tecnica innovativa per contrastare la proliferazione dell’imenottero detto anche calabrone dalle zampe gialle.

Il Progetto nasce dalla fattiva collaborazione tra l’IZSPLV e il gruppo di ricerca in apidologia del Centro di ricerca Agricoltura e Ambiente del CREA – Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria -, l’ente di sviluppo tecnologico Mohos-Zagni, e le Associazioni di Apicoltori ApiLiguria e Alpa Miele.

Fondamentale per la sua nascita è stato il ruolo della Regione Liguria, da sempre vicina al mondo dell’apicoltura, che ha richiamato l’attenzione e attivato la programmazione per arginare la dilagante diffusione della Vespa vellutina.

La Vespa velutina è un predatore delle api, introdotta involontariamente in Europa dal sud est asiatico nel 2004. Le prime segnalazioni della sua presenza in Italia risalgono al 2013.

Il calabrone dalle zampe gialle si sta diffondendo rapidamente in tutta Italia. Molto colpita dall’invasione è la Liguria, in particolare le province di Savona e Imperia. È stata individuata la sua presenza anche nella provincia di La Spezia.

Il Progetto, sostenuto dal Ministero dell’Agricoltura, prevede la sperimentazione del “Metodo-Z”, un sistema brevettato dall’ente di sviluppo tecnologico Mohos-Zagni, che permette di neutralizzare i nidi delle Vespe, utilizzando come vettori gli stessi imenotteri. Il “Metodo” annienta il predatore, senza la necessità, da parte dell’uomo, di ricercare e distruggere fisicamente i nidi attraverso complessi, pericolosi e costosi interventi.

La Vespa velutina ha un impatto devastante sugli apiari con un effetto fortemente negativo sul settore economico apistico nazionale. Gli apicoltori, infatti, hanno subito gravi perdite, valutate tra il cinquanta e l’ottanta per cento degli alveari.

Una piaga che colpisce in particolare il sistema economico della Liguria dove ci sono 2.648 apicoltori, che gestiscono 29.206 alveari. Le api “liguri” producono 643.000 chilogrammi di miele per un giro d’affari dell’intero settore apistico di circa 7.710.000 euro.

Un problema che necessita di essere affrontato con decisione e tempestività.

Non solo per le perdite economiche che può causare ma anche per salvaguardare biodiversità ed ecosistemi. Le api, infatti, hanno una funzione fondamentale per la flora; proteggerle dalla Vespa velutina significa salvaguardare il nostro habitat.

Il rapporto FAO 2019 stima che dall’impollinazione dipenda il novanta per cento di tutte le piante da fiore del nostro pianeta. Mentre oltre il 75% delle colture alimentari è dipendente dall’impollinazione. Senza le api, dunque, non esisterebbero le mele, le ciliegie, il caffè, le fragole e via discorrendo.

Il Progetto, della durata di due anni, permetterà l’ottimizzazione e la validazione del metodo rispetto ai reali bisogni degli apicoltori, e l’impostazione di un metodo basato sulle evidenze scientifiche per contrastare efficacemente la proliferazione del calabrone asiatico dalle zampe gialle. Il metodo sarà applicato nel Ponente ligure. E nelle province di La Spezia e Massa Carrara per valutare se il Metodo Z possa permetterebbe di arginare l’avanzata nelle aree di espansione dell’imenottero.

Fonte: IZS Piemonte, Liguria e Valle D’Aosta




CovidZoo. Gli umani restano i suoi ospiti preferiti, ma il Sars-CoV-2 si diffonde sempre più tra numerose specie animali

E’ pubblicato sul numero di Panorama del 2 febbraio 2022 un contributo di Massimo Ciccozzi, direttore dell’Unità di Statistica medica ed epidemiologia molecolare all’Università Campus Biomedico di Roma e Giovanni Di Guardo, patologo veterinario, già professore di Patologia generale e Fisiopatologia veterinaria all’Università di Teramo dal titolo CovidZoo.

Gli umani restano i suoi ospiti preferiti, ma il Sars-CoV-2 si diffonde sempre più tra numerose specie animali. L’ultimo caso: un negozio cinese di criceti. Il rischio (assai reale) è che
il coronavirus si ricombini e ci ritorni mutato. Troppo per essere riconosciuto da questi vaccini.

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