Virus West Nile ed agenti veicolati da artropodi: una sfida nel segno della One Health

Giovanni Di GuardoI casi umani di encefalite da virus West Nile (VWN) recentemente diagnosticati in Veneto –  uno dei quali ad esito fatale in un paziente ultraottantenne – impongono una seria riflessione, non limitata esclusivamente al virus anzidetto, ma più in generale all’ecologia ed all’epidemiologia delle infezioni veicolate da artropodi.

Si tratta di un folto gruppo di agenti patogeni, virali (virus Zika, virus della Dengue e della febbre gialla, virus delle encefaliti da zecche, etc.), batterici (Ehrlichia spp.) e protozoari (Leishmania spp., Plasmodium malariae, etc.), il cui ciclo biologico si svolge parzialmente in un ospite invertebrato (insetto o zecca), che acquisirebbe la noxa biologica in questione da un ospite animale o umano infetto, per ritrasmettere a sua volta la stessa ad un nuovo ospite suscettibile.

Nel caso del VWN, che nel 1998 sarebbe comparso per la prima volta in Italia, rendendosi responsabile di una serie di casi di encefalomielite equina in Toscana (Cantile et al., 2000), sarebbero le zanzare del genere Culex (Culex pipiens, in particolare) a rappresentarne i principali vettori. E’ notizia di questi giorni, infatti, l’avvenuta identificazione del virus in pool di zanzare catturate in Veneto.

Gli agenti responsabili di infezioni veicolate da artropodi costituirebbero all’incirca i due terzi di quelli responsabili delle cosiddette “malattie infettive emergenti”, il 70% e più dei quali trarrebbe origine, a sua volta, da uno o più serbatoi animali (Casalone & Di Guardo, 2020).

Complice il progressivo surriscaldamento atmosferico cui stiamo assistendo, come eloquentemente testimoniato dal fatto che i 7 anni compresi fra il 2015 e il  2021 sono stati quelli in cui si sono registrate, nel corso degli ultimi 140 anni, le più alte temperature a livello planetario, la capacità e l’efficienza vettoriale degli artropodi nei confronti di molti agenti infettivi verrebbero esaltate. Ciò in quanto i mesi autunno-invernali vengono superati dagli insetti e dalle zecche, oggigiorno, in maniera ben più agevole rispetto agli anni passati, con il conseguente “svernamento” (“overwintering”) che si tradurrebbe, a sua volta, in una riduzione dei tempi di “maturazione” (alias replicazione) delle diverse noxae biologiche nell’organismo dei rispettivi artropodi vettori (“extrinsic incubation period”).

Un ulteriore, inconfutabile elemento probatorio sarebbe costituito, in proposito, dalla più o meno recente identificazione di casi d’infezione da Leishmania spp. nella popolazione canina del Regno Unito, così come di numerosi casi d’infezione da sierotipo 8 di “Bluetongue virus” (BTV) fra i ruminanti domestici dei Paesi Bassi, del Belgio, della Germania e di altri Paesi nord-europei. Queste evenienze, infatti, ben più difficilmente si sarebbero potute realizzare negli anni precedenti, in cui le rigide quanto persistenti temperature proprie dei mesi invernali avrebbero seriamente ostacolato l’overwintering di pappataci e culicoidi, vettori rispettivamente di Leishmania spp. e di BTV.

Alla luce di quanto sin qui esposto e considerato altresi’ il documentato potere zoonosico di numerosi agenti responsabili di infezioni veicolate da artropodi (ivi compreso il VWN), il “leitmotiv” al quale dovrebbe ispirarsi una corretta gestione di tali evenienze – anche e soprattutto in termini di “capacità predittiva” nei confronti delle medesime – e’ l’approccio “One Health”, da perseguire mediante la multidisciplinarieta’, la sinergia ed il confronto permanente fra tutte le figure istituzionali e professionali coinvolte, prime fra tutte ovviamente quelle di Medici e Veterinari.

Giovanni Di Guardo 
Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo 




Dal peschereccio alla tavola: gli elementi chiave per prevenire l’intossicazione da istamina

pesciUna ricerca condotta sui dati derivati da otto anni di controlli alimentari fotografa la situazione della sindrome sgombroide, un’intossicazione alimentare fortemente legata alla qualità del pesce e alla sua conservazione

Prurito su tutto il corpo, mal di testa, nausea, vomito e crampi addominali. Sintomi che, se compaiono dopo aver mangiato pesce, devono far sospettare la cosiddetta “sindrome sgombroide”, una intossicazione alimentare legata alla presenza di istamina nel cibo. Una ricerca dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo, esaminando i dati raccolti in otto anni di controlli istituzionali eseguiti nella regione Abruzzo, evidenzia l’importanza delle corrette procedure di lavorazione e conservazione del pesce, dalla rete del peschereccio al punto vendita. Ma non solo: si può fare molto anche a casa.

Presente naturalmente nel nostro organismo, l’istamina svolge un ruolo importante nella mediazione dei processi immunitari e infiammatori. In alcuni casi, come sanno bene le persone che soffrono di allergia, può contribuire alla comparsa di reazioni come asma, orticaria o rinite, anche in forma grave. Ma questa molecola può essere presente anche in alcuni alimenti e, se la dose ingerita risulta eccessiva, è capace di provocare una sintomatologia molto simile a quella di una forte reazione allergica.

Anche se diversi cibi sottoposti a fermentazione microbica (come i formaggi fermentati, il vino o la birra) possono contenere istamina, i casi di intossicazione sono soprattutto legati al consumo di pesce. I pesci vivi non contengono questa sostanza ma, una volta pescati, alcune specie batteriche iniziano subito a degradare l’aminoacido istidina, di cui sono ricchi soprattutto tonno, sgombro, sarde, sardine e acciughe. Il risultato è la formazione di istamina, della quale, se la conservazione non è corretta, possono formarsi quantità notevoli, fino a rappresentare un pericolo per la salute.

“La nostra ricerca – dice la dottoressa Loredana Annunziata, dirigente chimico presso il reparto di Bromatologia e Residui dell’IZSAM, prima autrice del lavoro scientifico pubblicato sulla rivista Food Control – ha preso in esame campioni raccolti nella regione Abruzzo dal 2013 al 2020. I campioni provenivano sia da normali controlli istituzionali condotti dalle ASL sul pesce in vendita, sia a seguito di segnalazioni dei cittadini, in alcuni casi per vere e proprie intossicazioni. Naturalmente, una volta individuati contenuti di istamina superiori ai limiti stabiliti dalla normativa europea, sono state rapidamente avviate tutte le procedure di controllo e tracciamento”.

Attività fondamentali, che rappresentano anche un aiuto importante per i produttori e per la catena di distribuzione e vendita. Infatti la qualità delle materie prime, il mantenimento della catena del freddo e il rispetto delle buone pratiche igieniche durante i processi di trasformazione sono fattori determinanti per il controllo della formazione di istamina. Senza dimenticare il ruolo che riveste l’attenzione dei consumatori, come sottolinea Annunziata: “La forte strategia di verifiche sui prodotti è uno strumento di prevenzione in cui l’Italia è tra i primi Paesi d’Europa. Oltre ai controlli istituzionali, questo rende possibile supportare le aziende nell’implementare procedure di sicurezza sempre aggiornate e rispondenti alle necessità. Allo stesso tempo la nostra ricerca evidenzia che anche il consumatore può fare molto per evitare che il pesce, una volta acquistato, possa andare incontro alla formazione di istamina. Le chiavi sono due: il tempo e il freddo. Nel caso del pesce congelato dobbiamo sottolineare che il processo di degradazione dell’istidina in istamina può riattivarsi molto rapidamente. Per questo motivo andrebbe scongelato immergendolo in acqua fredda, e non lasciandolo a temperatura ambiente. Non dimentichiamo poi che l’istamina è una molecola termostabile: una volta che si è formata non verrà distrutta dalla cottura”.

 Fonte: IZS Teramo



Primo monitoraggio nazionale sul lupo in Italia, i risultati

Sono stati pubblicati i risultati del primo monitoraggio nazionale sul lupo in Italia, coordinato dall’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale ISPRA, su mandato del Ministero della Transizione Ecologica MiTE per comprendere quanti e dove sono i lupi in Italia

Il lavoro è stato svolto tra il 2018 e il 2022, con una raccolta dati realizzata tra Ottobre 2020 – Aprile 2021 che ha permesso di stimare l’abbondanza (intesa come numero di individui, N) e la distribuzione (area minima occupata nella regione alpina e la area stimata nella zona peninsulare) della specie.

Le stime dell’abbondanza della specie per le regioni alpine e per le regioni dell’Italia peninsulare sono state prodotte in maniera indipendente con i medesimi modelli statistici. I due valori risultanti e i rispettivi intervalli sono stati integrati, ottenendo una stima della consistenza complessiva a livello nazionale.

La stima della popolazione del lupo a scala nazionale è risultata pertanto pari a 3.307 individui (forchetta 2.945 – 3.608).

La stima della distribuzione del lupo in Italia viene fornita in due mappe distinte ottenute da una base metodologica comune. Nelle regioni alpine sono state campionate il 100% delle celle di presunta presenza della specie ottenendo una mappa di distribuzione minima. Nelle regioni peninsulari, tenuto conto della maggiore estensione dell’areale di presunta presenza della specie, sono state selezionate per la raccolta dei dati il 35% delle celle identificate idonee. Per estrapolare i risultati verso il restante 65% di celle, si sono utilizzati modelli statistici ottenendo una mappa di probabilità di presenza.

Sulla base dei dati raccolti, il range minimo di presenza del lupo nelle regioni alpine nel 2020-2021, considerando l’anno biologico della specie (1° maggio 2020 – 30 aprile 2021), è stato stimato di 41.600 km2. Nelle regioni peninsulari, l’estensione complessiva della distribuzione è risultata pari a 108.534 km2 (forchetta = 103.200 – 114.000 km2). Il lupo occupa quindi una larga parte del paese e nelle regioni peninsulari ha colonizzato la quasi totalità degli ambienti idonei.

Dalle analisi genetiche condotte sui campioni raccolti nell’area peninsulare sono stati identificati geneticamente 513 individui di lupo. Il 72,7 % non ha mostrato ai marcatori molecolari analizzati alcun segno genetico di ibridazione recente o antica con il cane domestico, l’11,7 % mostrava segni di ibridazione recente con il cane domestico, il 15,6 % hanno mostrato segni di più antica ibridazione (re-incrocio con il cane domestico avvenuto oltre approssimativamente tre generazioni nel passato). Occorre sottolineare che i valori dei tassi di ibridazione antica o recente ottenuti da questa indagine e dalle analisi molecolari non rappresentano una stima formale del fenomeno, né a livello nazionale né locale, e che sarebbero necessarie ulteriori indagini per poter valutare il tasso di ibridazione della popolazione italiana di lupi.

I risultati ottenuti dal monitoraggio rappresentano una base di conoscenza per indirizzare le scelte gestionali e permettere di valutare il raggiungimento degli obiettivi di conservazione, assicurando il mantenimento, a livello nazionale, di uno status di conservazione favorevole della specie e al contempo mitigando i conflitti che il lupo causa. L’adozione di protocolli standardizzati a scala nazionale sotto il coordinamento dell’ISPRA ha permesso di superare la disomogeneità delle strategie di monitoraggio effettuate a scala locale negli anni passati, dovuta alla frammentazione amministrativa e all’assenza di un coordinamento tra enti e istituti locali, disomogeneità ritenuta una delle principali minacce per la conservazione della specie.

Risultati di sintesi del monitoraggio

Relazioni ufficiali:

 




L’EFSA valuta ex novo la sicurezza dell’etossichina, un additivo per mangimi

L’EFSA ha valutato nuovamente l’additivo per mangimi etossichina senza poter giungere a conclusioni circa la sua sicurezza per alcuni gruppi di animali, per i consumatori e l’ambiente.

L’etossichina era autorizzata fino al 2017 nell’UE per le sue proprietà antiossidanti come additivo per mangimi destinati a tutte le specie e categorie animali. L’etossichina è usata anche per prevenire la combustione spontanea della farina di pesce durante il trasporto via mare.

La presenza della p-fenetidina, un’impurità che resta nell’additivo dopo il processo produttivo ed è un possibile agente mutageno (cioè può provocare mutazioni nel materiale genetico degli animali e dell’uomo), ha fatto sì che gli esperti del gruppo scientifico dell’EFSA sugli additivi e i prodotti o le sostanze usati nei mangimi non potessero escludere rischi per gli animali con lunga aspettativa di vita né per quelli destinati alla riproduzione. Al contrario l’additivo è considerato sicuro per gli animali allevati per la produzione di carne quali polli, maiali, bovini, conigli e pesci.

A causa della mancanza di dati sulla presenza di p-fenetidina nei tessuti e nei prodotti alimentari di origine animale, gli esperti non hanno potuto trarre conclusioni nemmeno per la salute dei consumatori.

Il gruppo di esperti ha tuttavia evidenziato la necessità di ridurre al minimo l’esposizione degli utenti tramite inalazione a causa della presenza di questa impurità nell’additivo.

Gli esperti non hanno potuto giungere a conclusioni circa la sicurezza dell’etossichina per gli ecosistemi terrestri e acquatici quando l’additivo viene usato negli animali terrestri. Non si può inoltre escludere un rischio di contaminazione tramite la catena alimentare acquatica né un rischio per gli organismi marini esposti ai sedimenti contenenti etossichina usata nelle gabbie per acquacoltura.

La Commissione europea e gli Stati membri, in qualità di gestori del rischio, terranno conto del parere dell’EFSA al momento di riesaminare la sospensiva dell’autorizzazione dell’additivo.

Antecedenti

Nel giugno 2017 la Commissione europea ha sospeso l’autorizzazione dell’etossichina come additivo nei mangimi per tutte le specie animali. La sospensione è seguita a un parere dell’EFSA pubblicato nel 2015, in cui gli esperti dichiaravano di non poter giungere a conclusioni circa la sicurezza dell’additivo a causa di una carenza generale di dati e della presenza di p-fenetidina.

Fonte: EFSA




Webinar Antimicrobicoresistenza – L’approccio ONE HEALTH al tempo della pandemia da COVID-19

In occasione delle giornata europea degli antibiotici il Ministero della Salute, in collaborazione con l’IZS Lazio e Toscana, sede del Centro di Referenza Nazionale per l’Antibioticoresistenza, organizzano due giorni di lavori su l’Antimicrobicoresistenza, uno dei fenomeni sanitari più importanti a livello mondiale.

ll 18 e 19 novembre 2021 sarà illustrato lo stato del problema a livello umano, veterinario e ambientale e saranno focalizzate le modalità per un uso prudente degli antibiotici.

L’evento, gratuito, è rivolto tutte le figure professionali del mondo della sanità, per un numero massimo di 200;

Le Iscrizioni vanno fatte entro il 15 novembre tramite Portale della Formazione dell’IZS Lazio e Toscana – https://formazione.izslt.it

Programma preliminare




One Health, al via accordo Oie-Iss per rafforzare la ricerca sulla salute del mondo

L’Istituto Superiore di Sanità è sempre più impegnato nella tutela della salute pubblica secondo un approccio ‘One Health’, che coniuga cioè le esigenze dell’uomo ma anche del mondo animale e degli ecosistemi. A questo scopo è stato firmato a Parigi un ‘memorandum of understanding’ tra l’Iss e l’Oie, l’Organizzazione Mondiale della Sanità animale. Il memorandum, che integra quello già siglato nel 2018, durerà cinque anni, ed è stato firmato dalla direttrice generale dell’Oie Monique Eloit e dal presidente dell’Iss Silvio Brusaferro.

Grazie all’accordo, che si inserisce nelle attività promosse durante la presidenza italiana del G20, sarà rafforzata la collaborazione nei diversi ambiti di studio dell’Oie, dall’’epidemic intelligence’ sulle malattie, alle sfide legate alle nuove tipologie di allevamenti in espansione all’integrazione dei servizi ambientali e veterinari nei progetti One Health, anche al fine di ridurre il rischio di pandemie




CoViD-19, serve un approccio olistico!

In qualità di patologo veterinario nonché di professore universitario – attualmente in pensione – che ha dedicato 30 anni della propria vita professionale allo studio delle malattie infettive negli animali domestici e selvatici, posso tranquillamente affermare che SARS-CoV-2, il famigerato betacoronavirus responsabile della Covid-19, mi spaventa e mi affascina al contempo.

Questa duplice sensazione mi deriva dalla straordinaria “plasticità” di un virus che, pur avendo di fronte a se’ una platea di 8 miliardi di esseri umani potenzialmente in grado di sviluppare l’infezione (400 milioni e piu’ dei quali l’avrebbero effettivamente contratta!), si e’ rivelato capace di disegnare traiettorie che lo hanno portato ad infettare, in natura, una folta gamma di specie animali domestiche e selvatiche, tutte accomunate fra loro dal fatto che avrebbero acquisito il virus dall’uomo.

In un siffatto contesto, la suscettibilità di alcune specie a determinate varianti di SARS-CoV-2 circolanti nella popolazione umana – come segnalato nel gatto, nel cane e nei cervi a coda bianca per la variante “alfa” nonché, assai di recente, in numerosi criceti “d’affezione” a Hong Kong per la variante “delta” – o, peggio ancora, la documentata comparsa di certe varianti in grado di ri-trasmettersi all’uomo, come nel caso di quella denominata “cluster 5”, che oltre un anno fa e’ comparsa negli allevamenti di visoni olandesi e danesi, costituiscono fatti degni della massima attenzione.

La “One Health”, alias la salute unica di uomo, animali ed ambiente, rappresenta pertanto la chiave di volta, necessaria ed imprescindibile al contempo, per gestire al meglio questa così come tutte le pandemie che il genere umano si troverà ad affrontare in futuro.

Giovanni Di Guardo
Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo




CovidZoo. Gli umani restano i suoi ospiti preferiti, ma il Sars-CoV-2 si diffonde sempre più tra numerose specie animali

E’ pubblicato sul numero di Panorama del 2 febbraio 2022 un contributo di Massimo Ciccozzi, direttore dell’Unità di Statistica medica ed epidemiologia molecolare all’Università Campus Biomedico di Roma e Giovanni Di Guardo, patologo veterinario, già professore di Patologia generale e Fisiopatologia veterinaria all’Università di Teramo dal titolo CovidZoo.

Gli umani restano i suoi ospiti preferiti, ma il Sars-CoV-2 si diffonde sempre più tra numerose specie animali. L’ultimo caso: un negozio cinese di criceti. Il rischio (assai reale) è che
il coronavirus si ricombini e ci ritorni mutato. Troppo per essere riconosciuto da questi vaccini.

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Lo strano caso del gatto di Arezzo, vittima dello spillover di un Lyssavirus

gattoÈ fine giugno 2020 quando ad Arezzo in un gatto viene accertato un raro caso di infezione da Lyssavirus, un genere che comprende 17 specie e annovera fra i suoi membri anche il virus della rabbia. L’animale muore per una malattia neurologica compatibile con la rabbia, dopo aver morso la proprietaria e alcuni veterinari, fortunatamente senza ulteriori conseguenze per animali e persone residenti in quella zona.

Il virus viene prontamente isolato dal Centro di referenza nazionale per la rabbia dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), da un campione di cervello dell’animale, e identificato come West Caucasian Bat Lyssavirus (WCBV). Come è andata a finire?

Il silenzioso viaggio del West Caucasian Bat Lyssavirus

Finora il WCBV era stato rilevato solo un’unica volta nel 2002 in un pipistrello del Caucaso, in Russia. Il WCBV è un virus tipico dei pipistrelli, ma diverso da quello della rabbia classica; tuttavia negli animali infetti determina una sintomatologia clinica identica con un’encefalite che si manifesta con aggressività anomala, come è accaduto nel gatto di Arezzo.

Ben si comprende, quindi, come l’isolamento del virus in Italia – il secondo al mondo – fosse già di per sé un fatto piuttosto raro; ma il vero ‘rompicapo scientifico’ è stato riconoscere la dinamica del salto di specie (spillover) dal pipistrello al gatto.

In tempo di pandemia, dove i pipistrelli sono sotto la lente della comunità scientifica, la questione non è secondaria. Un anno dopo, grazie a indagini approfondite, i ricercatori hanno ricostruito il meccanismo dello spillover fra le due specie animali in un lavoro pubblicato sulla rivista scientifica Viruses.

Il tunnel dei miniotteri

L’indagine epidemiologica si è concentra subito sullo studio della possibile interfaccia tra gatti e pipistrelli. Alla fine è stato individuato un tunnel, in cui scorre un fiume sotterraneo vicino alla casa del gatto, dove è stato scoperto un gruppo di pipistrelli della specie miniottero comune (Miniopterus schreibersii), la stessa specie di pipistrello in cui il virus era stato trovato quasi vent’anni fa in Russia.

L’indagine epidemiologica si è concentrata subito sullo studio della possibile interfaccia tra gatti e pipistrelli presenti nella zona mediante osservazioni visive, analisi bioacustiche e utilizzo di foto-trappole, per capire quali fossero le aree di rifugio dei pipistrelli. La task force di esperti ha visto la partecipazione oltre che dell’IZSVe, anche di IZS Lazio e Toscana, Cooperativa Studi Ecologici e Ricerca Natura ed Ambiente (STERNA), Regione Toscana, AUSL Toscana SudEst di Arezzo e Ministero della Salute.

Alla fine è stato individuato un tunnel, in cui scorre un fiume sotterraneo vicino alla casa del gatto, lungo circa 2 km, che i ricercatori hanno perlustrato periodicamente anche due volte al mese, a partire da agosto 2020 giungendo infine alla scoperta: al suo interno è stato identificato un gruppo di pipistrelli della specie miniottero comune (Miniopterus schreibersii), appartenente a una popolazione che in genere varia fra 40 e 425 individui a seconda della stagione, la stessa specie di pipistrello in cui il virus era stato trovato quasi vent’anni fa in Russia. La medesima popolazione frequenta la zona solo in alcuni momenti dell’anno, tra aprile e giugno e poi di nuovo da agosto a ottobre, ed è oggi sotto stretto monitoraggio.

Per comprendere se ci fossero altre specie di pipistrello nella zona oltre ai miniotteri il team multidisciplinare ha effettuato un’analisi degli ultrasuoni emessi dai pipistrelli – classificati in ecolocalizzazioni, ronzii di alimentazione e chiamate sociali – che hanno permesso di identificare anche esemplari di Pipistrellus kuhliiHypsugo savii (specie tipiche delle nostre città) e altre specie più sporadiche. Ma il tunnel era visitato anche da altri avventori, come hanno dimostrato le immagini scattate dalla foto-trappole piazzate ai due ingressi: sono stati immortalati gatti, ricci, uccelli e… tre persone!

Il caso del gatto di Arezzo ci dice che a distanza di 18 anni e ad oltre 2.000 km di distanza, i virus continuano a circolare silenziosamente e ogni tanto escono allo scoperto, se le condizioni sono favorevoli. La vera sfida ora è approfondire i motivi che hanno spinto i miniotteri così vicini alla città; questa specie, infatti, è abituata a vivere in grotte e a cibarsi in spazi aperti.

Parallelamente, nello stesso periodo, sono stati effettuati quattro campionamenti che hanno consentito di stabilire età, genere e stato fisiologico degli animali. La raccolta di campioni di sangue (190) e saliva (268) è servita invece per verificare la presenza del virus e degli anticorpi; dalle analisi di laboratorio si è visto che gli individui di questa colonia mostravano anticorpi neutralizzanti contro il WCBV, ma nessun virus nei tamponi salivari. Per contro, le carcasse di altre specie di pipistrelli erano tutte negative sia per il virus che per gli anticorpi. Infine, le analisi genetiche hanno rivelato che il genoma virale di WCBV rinvenuto ad Arezzo possiede un’elevata similitudine con quello del pipistrello russo trovato nel 2002.

La lezione del gatto di Arezzo

Quello che sappiamo di WCBV è legato a una casistica piuttosto ridotta, ma la sua parentela con il virus della rabbia ha fatto sì che fossero attivate tempestivamente tutte le misure controllo e monitoraggio di persone e animali, necessarie a scongiurare il ripetersi dell’emergenza. Il caso del gatto di Arezzo ci dice che a distanza di 18 anni e ad oltre 2.000 km di distanzai virus continuano a circolare silenziosamente e ogni tanto escono allo scoperto, se le condizioni sono favorevoli.

La vera sfida ora è approfondire i motivi che hanno spinto i miniotteri così vicini alla città. Questa specie, infatti, è abituata a vivere in grotte e a cibarsi in spazi aperti. Per questo, la sua presenza ad Arezzo è stata una sorpresa, particolarmente apprezzata da un predatore quale il gatto, ponendo un potenziale rischio per la salute pubblica e la conservazione dei pipistrelli. Come già successo in altri contesti, è possibile questi animali si siano spostati a seguito di un’alterazione o distruzione del loro habitat naturale da parte dell’uomo, rendendoci così i veri detonatori dello spillover.

Fonte: IZS Venezie




Proposta di sterilizzazione farmacologica per nutrie e scoiattoli grigi

Scoiattolo_grigioLe specie aliene o esotiche invasive –  cioè quegli animali e piante  e microorganismi originari di altre regioni geografiche, introdotte volontariamente o accidentalmente in un ambiente naturale nel quale normalmente non risiedono e che insediandosi alterano gli ecosistemi –  rappresentano una minaccia per l’ambiente e la biodiversità.

Il Decreto Legislativo 15 dicembre 2017, n. 230  prevede una serie di misure di gestione volte all’eradicazione, al controllo demografico o al contenimento delle popolazioni delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale, transnazionale o nazionale.

Recentenemente la Lav ha proposto al governo di finanziare  la ricerca per lo sviluppo del vaccino contraccettivo sia nel caso degli scoiattoli grigi sia nel caso delle nutrie